Gli indici di liquidità misurano la capacità di un’impresa di far fronte ai debiti a breve termine con le attività che si trasformano in cassa a breve. I due più usati sono il current ratio e il quick ratio. Sono strumenti semplici da calcolare, e per questo molto usati da banche, investitori e imprenditori. Questa guida è aggiornata a ottobre 2026.
A cosa servono
Un’impresa può essere redditizia e avere comunque difficoltà a pagare fornitori, stipendi e rate nei tempi. Gli indici di liquidità mettono a confronto ciò che entrerà in cassa a breve con ciò che dovrà uscire. Si leggono nello stato patrimoniale, quindi in un bilancio riclassificato per scadenze (vedi Bilancio riclassificato: cos’è e a cosa serve).
Il current ratio
Detto anche indice di liquidità corrente o rapporto di disponibilità, si calcola così:
Current ratio = Attivo corrente / Passivo corrente
L’attivo corrente comprende liquidità, crediti verso clienti a breve e rimanenze di magazzino. Il passivo corrente comprende i debiti con scadenza entro dodici mesi. Un valore superiore a 1 indica che le attività a breve coprono i debiti a breve.
Il quick ratio
Detto anche indice di liquidità secondaria o acid test, esclude le rimanenze, che sono la parte meno immediatamente convertibile in denaro:
Quick ratio = (Attivo corrente − Rimanenze) / Passivo corrente
Si usa per capire se l’impresa può rispettare le scadenze senza dover vendere il magazzino.
Un esempio numerico
Si supponga un’impresa con attivo corrente di 600, di cui 200 di rimanenze, e passivo corrente di 400 (valori in migliaia di euro, di fantasia):
- current ratio = 600 / 400 = 1,5;
- quick ratio = (600 − 200) / 400 = 1,0.
L’impresa copre i debiti a breve, ma solo grazie alle rimanenze nel caso del current ratio. Con il quick ratio la copertura è pari esatta: la gestione dei crediti e dei tempi di incasso diventa decisiva.
Come interpretarli
Non esiste un valore giusto valido per tutti. Come orientamento di massima, si considera:
- un current ratio intorno a 1,5 o 2 come tipicamente solido, ma dipende dal settore;
- un quick ratio vicino o superiore a 1 come segno di buona liquidità immediata;
- valori molto bassi come segnale di tensione finanziaria;
- valori molto alti come possibile eccesso di liquidità o di magazzino immobilizzato.
Un supermercato che incassa subito e paga i fornitori dopo 60 giorni può funzionare con indici bassi. Un’azienda con lunghi tempi di incasso ha bisogno di indici più alti. Per questo conviene sempre confrontare l’impresa con altre dello stesso settore e con il suo stesso storico.
I limiti degli indici
- fotografano un giorno, quello di chiusura del bilancio, e non i flussi futuri: per questo si accompagnano al rendiconto (vedi Rendiconto finanziario: cos’è e come si legge);
- le rimanenze possono essere difficili da vendere o valutate in modo ottimistico;
- i crediti verso clienti possono avere ritardi o rischi di insolvenza.
Come migliorare la liquidità
- ridurre i tempi di incasso e monitorare i crediti scaduti;
- negoziare dilazioni con i fornitori compatibili con i tempi di incasso;
- gestire le scorte ed evitare eccessi di magazzino;
- valutare l’uso della liquidità in eccesso, come descritto in Gestione della tesoreria aziendale: guida per le PMI.
Altri indici di liquidità e di ciclo
Oltre al current e al quick ratio, si guardano spesso:
- il capitale circolante netto, cioè attivo corrente meno passivo corrente: indica in valore assoluto quanto margine c’è;
- i giorni medi di incasso dei crediti verso clienti;
- i giorni medi di pagamento dei fornitori;
- i giorni di giacenza delle scorte.
La differenza tra giorni di incasso più giorni di giacenza e giorni di pagamento misura il ciclo di cassa: più è lungo, più l’impresa deve finanziare la propria attività. Nell’esempio dell’articolo, un’impresa con current ratio di 1,5 può comunque avere tensioni se i clienti pagano a 120 giorni e i fornitori vanno pagati a 30.
Esempio di lettura per due imprese
Si confrontino, con dati di fantasia, un’impresa commerciale e una manifatturiera.
- L’impresa commerciale ha current ratio 1,1 e quick ratio 0,6. Vende a contanti e paga i fornitori a 60 giorni: la liquidità è adeguata al suo modello.
- L’impresa manifatturiera ha current ratio 1,6 e quick ratio 0,7. Ha molte scorte e crediti con tempi lunghi: la liquidità è più fragile di quanto sembri.
Gli stessi numeri hanno significati diversi a seconda del ciclo produttivo. È per questo che il confronto va fatto con imprese comparabili.
Cosa guardano le banche
Quando valutano un finanziamento, le banche esaminano la liquidità insieme alla redditività e alla capacità di rimborso. Un buon indice di liquidità facilita il dialogo, ma da solo non basta: contano anche i flussi di cassa, il livello di indebitamento e l’andamento dei crediti. Gli strumenti di analisi sono collegati: dal rendiconto (Rendiconto finanziario: cos’è e come si legge) si vedono i flussi, dagli indici i livelli, dal DSCR: cos’è e come lo leggono le banche la sostenibilità del debito.
Un piano d’azione in tre mosse
- calcolare gli indici sugli ultimi tre bilanci per vedere la tendenza;
- confrontarli con un benchmark di settore;
- individuare la leva più semplice, che spesso è la gestione dei crediti scaduti.
Domande frequenti
Qual è la differenza tra current ratio e quick ratio?
Il quick ratio esclude le rimanenze, quindi è più prudente.
Un current ratio inferiore a 1 è sempre un problema?
Non sempre, dipende dal settore e dai tempi di incasso. È comunque un segnale da analizzare.
Dove trovo i dati?
Nello stato patrimoniale del bilancio, meglio se riclassificato.
Per leggere gli indici nel contesto del settore e collegarli alle scelte di gestione della tesoreria, è utile il confronto con il commercialista e con un consulente finanziario abilitato.
Fonti ufficiali di riferimento: Organismo Italiano di Contabilità.
Le informazioni contenute in questo articolo hanno carattere generale e informativo e non costituiscono consulenza personalizzata né raccomandazione di investimento. Norme, aliquote e soglie possono cambiare: per la propria situazione specifica è opportuno rivolgersi a un consulente finanziario abilitato o a un professionista fiscale. Aggiornato a ottobre 2026.
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